L’invidia dei giovani appartenenti alla Generazione Z per una vita che non hanno vissuto

Quando avere più possibilità non significa necessariamente sentirsi più liberi
C’è una sensazione che negli ultimi anni incontro sempre più spesso nelle conversazioni con i giovani. La ritrovo nelle aule durante i miei percorsi formativi, nei colloqui di coaching e counseling e, inevitabilmente, anche nelle relazioni familiari.
È la sensazione che la nostra generazione (la generazione X che ha vissuto appieno gli anni 80 e gli anni 90) abbia avuto qualcosa che oggi manca ai ragazzi.
Non parlo necessariamente di denaro, di tecnologia o di opportunità professionali. Anzi, il paradosso è proprio questo: le nuove generazioni hanno accesso a possibilità che noi non avremmo nemmeno potuto immaginare.
Eppure, a volte, sembrano invidiare proprio noi.
Ma che cosa? Forse non quello che avevamo.
Il modo in cui potevamo vivere.
Potevamo annoiarci. Potevamo sbagliare senza che l'errore diventasse immediatamente pubblico. Potevamo stare con gli amici senza essere continuamente connessi. Potevamo vivere una relazione senza doverla raccontare. Potevamo non sapere cosa stessero facendo gli altri. E, soprattutto, potevamo avere la sensazione che il futuro fosse ancora tutto da scoprire.
Il paradosso delle infinite possibilità
È uno dei grandi paradossi del nostro tempo. Oggi un ragazzo può comunicare con il mondo intero, accedere a una quantità sterminata di informazioni, studiare online, viaggiare, lavorare a distanza, costruire una professione attraverso strumenti digitali e conoscere in tempo reale ciò che accade dall'altra parte del pianeta. Eppure questa moltiplicazione delle possibilità può generare anche disorientamento. Quando le possibilità aumentano, infatti, aumenta anche il peso della scelta.
Non è più soltanto: “Che cosa voglio fare?”
Diventa:
“E se scegliessi male?”
“E se gli altri stessero vivendo meglio di me?”
“E se stessi sprecando il mio potenziale?”
“E se tra qualche anno mi pentissi?”
La libertà può così trasformarsi in pressione.
Il confronto permanente
C'è poi un elemento che la nostra generazione ha conosciuto in maniera molto diversa: il confronto. Un tempo ci confrontavamo soprattutto con le persone che incontravamo realmente. Oggi un ragazzo può confrontare la propria vita con centinaia o migliaia di altre vite.
Il viaggio degli altri quando lui è a casa.
Il successo degli altri quando lui si sente incerto.
La relazione degli altri quando lui è solo.
Il corpo degli altri quando non si piace.
La carriera degli altri quando non sa ancora quale strada prendere.
Il problema non è soltanto ciò che vede.
È che rischia di confrontare il proprio dietro le quinte con il palcoscenico degli altri.
E può nascere una sensazione dolorosa:
“Tutti stanno vivendo. Io no.”
Forse non invidiano il nostro passato
Da coach e counselor, trovo interessante fermarmi proprio qui.
Quando un ragazzo dice:
“Voi siete stati fortunati.”
forse non sta realmente parlando della nostra generazione. Potrebbe stare parlando di qualcosa che sente mancare dentro di sé.
Forse desidera la nostra libertà percepita. La nostra capacità di stare nel tempo. La possibilità di sbagliare. Le relazioni meno mediate dalla tecnologia. La sensazione che non fosse necessario avere immediatamente tutte le risposte.
In altre parole, potrebbe non desiderare la nostra vita.
Potrebbe desiderare come immagina che noi ci sentissimo vivendo quella vita.
Ed è una differenza enorme.
La nostalgia di un futuro che non hanno mai avuto
Mi piace pensare a questo fenomeno come a una sorta di nostalgia di un futuro che non hanno mai avuto. Non nostalgia del nostro passato, quindi, ma dell'idea di futuro che ci attribuiscono. Un futuro nel quale sembrava possibile costruire, sbagliare, ricominciare.
Non necessariamente perché fosse davvero più facile. Anche la nostra generazione ha conosciuto difficoltà, sacrifici, incertezze e delusioni.
Ma oggi quel passato può apparire, visto da lontano, come un tempo nel quale il futuro sembrava meno affollato di aspettative.
La domanda che dovremmo fare
Forse, allora, quando un giovane ci dice:
“Avrei voluto vivere la vostra adolescenza.”
dovremmo evitare di rispondere: “Non era affatto così bella.”
E forse nemmeno: “Voi giovani avete tutto e non sapete apprezzarlo.”
Potremmo semplicemente chiedere:
“Che cosa pensi che avessimo noi che oggi senti di non avere?”
Potremmo scoprire che dietro quella che chiamiamo “invidia” c'è una richiesta molto più profonda.
Non: “Voglio la vostra vita.”
Ma: “Aiutatemi a costruire una vita nella quale possa sentirmi altrettanto libero, presente e vivo.”
E forse questa è una delle conversazioni più importanti che possiamo avere con le nuove generazioni.
Non convincerle che il passato era migliore.
Ma aiutarle a scoprire che anche il loro futuro può essere abitato.
